L’industria calcistica italiana: ecco i numeri dell’indotto

Vi siete mai chiesti come sta il calcio italiano? Io un momento di riflessione l’ho fatto. Non serve essere degli economisti, ma basta analizzare qualche statistica e rapporto per trovare la risposta; è evidente che c’è chi ne fa un salvadanaio di guadagno e chi invece investe con la speranza di un futuro migliore!

Attraverso un’indagine statistica (2012) è stato stabilito che il calcio è la 12¬∞ industria del Paese: da lavoro a 500mila persone e versa più di un miliardo allo Stato come contributo fiscale e previdenziale!

Secondo il ReportCalcio, lo studio della FIGC realizzato in collaborazione con Arel e PwC presentato in Senato, l’impatto socio-economico del calcio, in Italia, è stato di oltre 3 miliardi di euro nella stagione 2017/2018.

La cifra, calcolata grazie a un programma di studio avviato in condivisione con la UEFA, prende in considerazione l’indotto economico (742,1 milioni di contributo diretto all’economia nazionale), sanitario (1.215,5 in termini di risparmio della spesa sanitaria) e sociale (1.051,4 milioni di risparmio economico generato dai benefici prodotti dall’attività calcistica) del sistema calcio in Italia.

Un giro di affari stimato pari al 5,7% del PIL italiano (considerato il fatturato delle partite in seria A,B, Lega PRO e scommesse).

L’industria calcistica italiana sta progredendo verso una complessiva modernizzazione fatta di aziende che devono stare sul mercato con piani sostenibili, finanziabili ed aventi una propria fisionomia ben precisa.

Linee di ricavo tipiche delle società calcistiche si sono andate delineando con precisione:

  1. diritti televisivi

  2. ricavi da stadio,

  3. merchandising e licensing del marchio

  4. sponsorizzazioni:

  5. gestione del parco giocatori, intesa come una vera e propria attività di scouting e di investimento

Ma sul punto 5 dobbiamo soffermarci un momento.

Il nostro campionato è tra i più anziani d’Europa: ha una media di 27,30 anni, inferiore solo a Turchia, Cipro, Russia, Ungheria, Grecia. Le altre top-league sono più giovani: non di moltissimo l’Inghilterra (27,17), decisamente giovane la Francia (26,40), ovviamente giovanissima è la Germania (26,27). L’assenza di investimenti tecnici sui giovani appare, dai dati del Cies, un problema diffuso.

Quindi il calcio italiano cresce, ma piano. Ed è ancora lontano da paesi come Inghilterra, Germania e Spagna in termini di vivaio calcistico

Non investe come dovrebbe nei giovani e sopratutto non investe, come le altre nazioni, nel calcio femminile (altro tema hot), che in Italia è ancora considerato dilettantistico!!

Purtroppo il calcio italiano usa sempre le stesse facce e non crea innovazione e se si pensa che un aumento di nuovi atleti registrati avrebbero un impatto socio-economico aggiuntivo stimabile in 71,5 milioni di euro (dati ReportCalcio) allora bisognerebbe pensare di indirizzare l’industria calcistica sul settore giovanile e lo Stato, quindi, incentivare maggiormente il settore giovanile: il ritorno economico, dati alla mano, abbiamo constatato esiste!

RDB