Scarpe tolte in pista, cani antidroga, arbitri respinti e giornalisti bloccati: mentre la FIFA tace, gli Stati Uniti trasformano il torneo più grande della storia in un labirinto di visti negati e controlli umilianti
A due giorni dall’inizio della Coppa del Mondo 2026, il racconto che arriva dagli aeroporti americani non parla di palloni, stadi o grandi campioni. Parla di scarpe tolte sulla pista d’atterraggio, di cani antidroga fiutare gli zaini di calciatori professionisti, di arbitri rispediti a casa nonostante un passaporto diplomatico, di giocatori interrogati per ore come sospettati. La festa più grande del calcio mondiale sta per cominciare, e gli Stati Uniti la aprono con il volto duro del loro apparato di sicurezza.
Il Senegal umiliato in pista
Le immagini hanno fatto il giro del mondo in poche ore. La nazionale senegalese — i Leoni della Teranga con in rosa stelle come Sadio Mané e Nicolas Jackson — è atterrata a San Antonio, in Texas, per un’amichevole contro l’Arabia Saudita in preparazione al torneo. L’accoglienza è stata quella riservata a dei sospettati: perquisizione integrale direttamente sulla pista dell’aeroporto, bagagli aperti, documenti controllati, scarpe tolte dai piedi.
I video, rilanciati su X l’8 giugno, mostrano i giocatori in tuta seduti accanto alle proprie valigie aperte mentre gli agenti li perquisiscono uno per uno. Un caso a sé è quello di Pathé Ciss, attaccante del Rayo Vallecano che ha raggiunto la squadra con qualche giorno di ritardo: per lui i controlli si sono svolti sempre sulla pista di atterraggio, con ogni suo effetto personale — perfino le scarpe ai piedi — sottoposto a ispezione accurata.
“Perquisizioni complete in pista, scarpe tolte, borse rivoltate come a dei criminali: è pura umiliazione”, ha scritto un tifoso, in uno dei commenti più condivisi. La reazione dell’opinione pubblica africana è stata durissima.
The difference between the reception of Senegal’s National Team in the United States and the reception of Spain’s National Team in the Mexico.
— World Cup 2026 Daily (@TotalFootball) June 9, 2026
— ESPN Centroamérica (@ESPN_CENAM) June 8, 2026
Cannavaro e l’Uzbekistan: cani antidroga per un Pallone d’Oro
Scena simile, qualche giorno prima, a New York. La nazionale dell’Uzbekistan — alla sua prima storica partecipazione a un Mondiale, guidata dall’italiano Fabio Cannavaro, campione del mondo 2006 e Pallone d’Oro — si è presentata allo stadio per un’amichevole contro l’Olanda. Appena scesi dall’autobus, giocatori, staff e commissario tecnico sono stati fatti mettere in fila per un controllo con metal detector, mentre i loro effetti personali venivano ispezionati dai cani antidroga. Le immagini diffuse da ESPN mostrano zaini e borse ammassati a terra, controllati uno per uno.
Cannavaro — uno dei calciatori più celebri della storia italiana — è stato tra i primi a essere sottoposto alla perquisizione. Le immagini sono diventate virali. In molti le hanno lette come un affronto alla dignità di un evento che si vuole universale.
😳🐕REGISTRO SUPER ESTRICTO HASTA CON PERROS
Así fue el protocolo de seguridad con la Selección de Uzbekistán previo al amistoso contra Países Bajos en Estados Unidos.🇺🇿 pic.twitter.com/D1SzMEYZcP
— ESPN Centroamérica (@ESPN_CENAM) June 8, 2026
L’Iraq: sette ore di interrogatorio e un fotografo respinto
Il caso di Aymen Hussein, capitano e stella della nazionale irachena, è uno dei più emblematici. Arrivato all’aeroporto di Chicago, l’attaccante è stato trattenuto e sottoposto a lunghissimi interrogatori per circa sette ore prima di ottenere il permesso di entrare negli Stati Uniti. Una volta libero, Hussein ha chiesto: “Perché l’America ospita la Coppa del Mondo se è così ostile nei confronti dei cittadini stranieri?”.
Non è andata bene a tutti. Tala Salah, fotografo ufficiale della nazionale irachena, è rimasto bloccato all’aeroporto internazionale O’Hare di Chicago per circa dodici ore, al termine delle quali si è visto negare definitivamente l’ingresso negli Stati Uniti. L’Iraq parteciperà al Mondiale senza il suo fotografo ufficiale.
L’Iran: visti negati allo staff, ritiro in Messico
La vicenda iraniana è forse la più lunga e tortuosa. L’Iran figura tra i Paesi colpiti dalle restrizioni all’ingresso introdotte dall’amministrazione Trump a partire da gennaio 2026. Dopo settimane di tensioni diplomatiche, ai giocatori sono stati concessi visti “giornalieri”: la nazionale potrà entrare negli Stati Uniti solo per disputare le singole partite del girone — previste nell’area di Los Angeles — e dovrà tornare immediatamente oltre confine al termine di ciascun incontro.
Peggio è andata allo staff: i visti sono stati negati a gran parte della delegazione tecnica e dirigenziale. Il presidente della Federazione calcistica iraniana, Mehdi Taj, non ha ricevuto il permesso di ingresso. Per questo motivo l’Iran ha abbandonato il ritiro inizialmente previsto in Arizona, trasferendo il proprio quartier generale a Tijuana, in Messico, proprio al confine con gli Stati Uniti. L’ambasciata iraniana in Turchia ha denunciato pubblicamente quello che ha definito un “trattamento discriminatorio ai massimi livelli”.
L’arbitro somalo: rispedito a casa con passaporto diplomatico
Forse il caso più grave in termini simbolici è quello di Omar Abdulkadir Artan, miglior arbitro africano del 2025, selezionato dalla Confederazione Africana di Calcio per dirigere alcune partite del Mondiale. Artan non sarà al torneo. Gli è stato negato l’ingresso negli Stati Uniti.
La sua vicenda è kafkiana: la Somalia figura tra i 39 Paesi colpiti dal travel ban americano, e Artan aveva già affrontato una trafila estenuante per ottenere i documenti. Con il sostegno dell’ambasciata somala a Nairobi, gli era stato rilasciato un passaporto diplomatico, sperando che fosse sufficiente. Non lo è stato. Arrivato a Miami dopo un volo da Istanbul, è stato sottoposto a un’ispezione aggiuntiva dalla U.S. Customs and Border Protection (CBP) ed è stato dichiarato “inammissibile”. Nessuna spiegazione ufficiale dettagliata è stata fornita.
Il ministero dello Sport della Somalia ha denunciato un “blocco che mina l’impegno del calcio per l’equità, il merito e lo spirito del fair play”. Artan stesso, con una dignità che contrasta con il trattamento ricevuto, ha dichiarato: “Desidero ringraziare la famiglia del calcio per i messaggi ricevuti e augurare ai miei colleghi il massimo successo durante i Mondiali.”
🚨🇸🇴 Somali referee Omar Artan (CAF Best African Referee 2025) denied US entry.
Turned away at Miami airport despite diplomatic passport, was set to be Somalia’s first World Cup referee. pic.twitter.com/YsGIglzJrZ
— World Cup 2026 Daily (@TotalFootball) June 8, 2026
La FIFA lava le mani
In tutta questa serie di episodi, la risposta della FIFA è stata invariabilmente la stessa: una scrollata di spalle istituzionale. “La FIFA non è coinvolta nei processi di immigrazione del Paese ospitante, comprese le procedure di rilascio dei visti. È il governo ospitante a determinare chi riceve il visto e chi viene ammesso nel Paese.” Punto. Non una pressione, non una presa di posizione, non un tentativo di mediazione. L’organizzazione che ha assegnato il Mondiale agli Stati Uniti — sapendo benissimo delle politiche restrittive dell’amministrazione Trump — si chiama fuori dalla responsabilità politica di quella scelta. Anche l’Associazione internazionale della stampa sportiva (AIPS) ha chiesto invano alla FIFA di intervenire, denunciando che decine di giornalisti regolarmente accreditati stanno incontrando ostacoli per il visto.
Una festa per tutti? O solo per alcuni?
Il Mondiale 2026 è il più grande della storia: 48 nazionali, tre nazioni ospitanti (USA, Canada, Messico), 104 partite. Nelle intenzioni dichiarate, una celebrazione del calcio come linguaggio universale. Nella realtà che si sta dispiegando in questi giorni, è qualcosa di molto diverso: un evento in cui la nazionalità di un passaporto determina se sei un ospite o un sospettato. La Somalia è nella lista nera. L’Iran deve dormire dall’altra parte del confine. I calciatori del Senegal vengono perquisiti in pista come criminali. Il capitano dell’Iraq viene interrogato per sette ore. Il fotografo ufficiale viene rispedito a casa.
Nessuno mette in discussione il diritto di un Paese sovrano di garantire la sicurezza. Ma assegnare un torneo mondiale a un Paese che poi applica ai suoi partecipanti il proprio travel ban senza deroghe sistematiche è una contraddizione che la FIFA non può continuare a ignorare con il silenzio. La domanda che rimane sospesa nell’aria è semplice: a chi appartiene davvero questo Mondiale?





