“Interrompo dal San Paolo”, Sodano e il suo racconto: “Lotto contro l’omofobia con la mia penna”

“Interrompo dal San Paolo”  è il nuovo progetto letterario a cui ha partecipato Sonia Sodano ed altre venti giornaliste campane che si sono unite sotto l’occhio esperto di Piero Nardiello in occasione dell’anniversario della trasmissione radiofonica “Tutto il calcio minuto per minuto”. Un’idea nata proprio dal giornalista che ha curato la stesura coinvolgendo le colleghe nella scrittura e nel racconto dei gol storici del Napoli.

Come detto tra le altre c’è anche Sonia Sodano, scrittrice e giornalista che ha trattato la storia d’ “O’ professore do pallone”. Una storia toccante racchiusa in poche pagine coinvolgenti. Sonia Sodano lo racconta ai nostri microfoni.

Come nasce il progetto Interrompo dal San Paolo?

I”l libro, pubblicato dalla Giammarino Editore nella collana “Sport&Soul”, nasce da un’idea di Pietro Nardiello per celebrare i sessant’anni dalla prima messa in onda di “Tutto il calcio minuto per minuto”. L’opera, scritta da venti giornaliste campane, è un vero e proprio omaggio all’immaginario radiofonico e ha ricevuto l’attenzione del Presidente nazionale dell’Odg Carlo Verna, il quale ne ha scritto la prefazione. Ho partecipato alla stesura di quest’antologia perché offre un punto di vista diverso dal modello “maschio” a cui il mondo del calcio ci ha abituato, ma soprattutto perché ho trovato interessante raccontare attraverso i gol la storia del club partenopeo. Le altre autrici sono: Emma Di Lorenzo, Adriana De Maio, Maria Teresa Baldi, Argia Di Donato, Gabriella Galbiati, Titti Improta , Daniela Volpecina, Iolanda Stella Corradino, Francesca Flavio, Ilaria Mennozzo, Serena Li Calzi, Renata Scielzo, Alessia Bartiromo, Taisia Raio, Melina Di Marino, Sabrina Uccello, Gabriella Calabrese, Nunzia Marciano e Valeria Grasso”.

“O’ Professore do’ pallone”, come nasce?

“Nella storia del calcio sono stati molti gli atleti che hanno denunciato atteggiamenti discriminatori per il proprio orientamento sessuale. Poche volte sono stati ascoltati. Oggi penso che il tema sia diventato un vero e proprio tabù, soprattutto, tra noi della stampa. Non mi riferisco solo agli ambiti più famosi, dove ricordo per esempio Charlie George, che negli anni ’70, si sentiva chiedere dai tifosi avversari dove avesse lasciato la borsetta, ma anche agli ambiti più “piccoli”. Guardo ai ragazzi, agli adolescenti che, come il protagonista della mia storia, si vedono costretti ad abbandonare i propri sogni. Il mio racconto nasce dalla voglia di mettere in luce certi aspetti ignorati nel tempo, che fanno tanto male al calcio e non solo.”

Storia vera o pura fantasia?

“Almeno più della metà dei lettori mi hanno fatto la stessa domanda. In questi anni ho ascoltato e visto tante storie. Alcune mi hanno fatto amare ancora di più il mio lavoro, altre mi hanno fatto riflettere e in qualche occasione mi hanno reso triste. Posso dire che, raccontando la storia di Vito in “O’ Professore do’ pallone” ne ho portata alla luce una, mescolando realtà e fantasia”.

Tratti un tema importante, quasi un tabù nel mondo del pallone, come mai?

“Ho sempre lottato contro il sessismo e la disparità di genere nel mondo del calcio. Da donna ho creato un format tv “Donne Nel Pallone” che si compone di un parterre tutto al femminile, proprio in risposta a quelle che sono le idee errate di una buona fetta di pubblico e addetti ai lavori, che vedono il calcio unico appannaggio del genere maschile. Nel frattempo, in passato mi sono sempre battuta attraverso i miei libri contro l’omofobia. Ho unito le due cose, considerando che come dicevo prima la storia del calcio è macchiata di vari soprusi. Cito anche Carlo Carcano, che negli anni ’30 fu costretto a lasciare la panchina di cui era allenatore perché “sospettato di attentare alle virtù di alcuni membri della squadra”.  Nella storia più recente posso citare anche Bellerìn che nel 2018 al Times confessò in una lunga intervista di essere finito nel mirino dei propri tifosi a causa del look: “Mi dicono ‘lesbica’ perché porto i capelli lunghi, e poi continuano con tanti altri insulti omofobi.”.

Mischi il napoletano italianizzato all’italiano. Come mai questa scelta linguistica?

Ho cercato di fotografare un’atmosfera e una vulgata nostrana, dove il pallone fosse la passione che allontana il cuore dai problemi della quotidianità. Una storia dove ogni lettore si sentisse a casa. Mi piaceva l’idea che ognuno si potesse immedesimare in qualche modo nel protagonista e nei vari personaggi. Ho scelto un napoletano più da social con il desiderio di rivolgermi ai giovani. Spero funzioni.

Che messaggio vuoi inviare con questo racconto?

Sicuramente lo scopo è rendere più consapevole il pubblico, ma credo che sia importante parlare di queste problematiche, legate all’omofobia nel caso di Vito, ma più in generale di disparità di genere e abuso di potere, soprattutto tra gli addetti ai lavori. Solo così si possono creare le basi per cambiare le cose perché – come dico nel racconto – per costruire un palazzo come si deve bisogna partire dalle fondamenta. Non sono così presuntuosa da pensare che la storia che ho scritto possa avere la forza da sola di far soffiare il vento del cambiamento, ma spero che possa essere nel suo piccolo una scintilla.

Hai pensato ad un romanzo basato sulla vita di Vito?

Credo che questo racconto consumi pienamente i sentimenti che volevo provare e far provare a chi legge. Penso che Vito non abbia altro da aggiungere, ma che si sia mostrato nella sua interezza. Forse un giorno cambierò idea chi può dirlo, forse Vito tornerà a parlarci di calcio e di amore per la nostra terra, ma nel frattempo mi concentro su altre trame. Una cosa però posso dirla: mi piacerebbe tanto se questo racconto diventasse un cortometraggio, così il messaggio potrebbe raggiungere un pubblico anche diverso.

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