Il vento Iberico del cambiamento

Avreste mai detto che a casa dei più grandi campioni di sempre, che davanti alla cattedrale del calcio Europeo e non solo, la maglia di Messi o di Piquè venisse sostituita  da quella numero 11 di Alexia Putellas? No, non è una favola, o forse sì. Per meglio capire questo nuovo fenomeno partiamo per una breve gita etico-culturale tra  i paletti cardini di questo sport, il calcio, che tanto fa discutere e che grazie alle donne si regala una grande vetta.

Nate per sovvertire gli ordini naturali

Sono gli anni Novanta, quelli delle schede telefoniche da 50.000 lire, quelli del gameboy o delle Buffalo. Sono gli anni delle rivoluzioni talvolta calcistiche, la prima è quella di Arrigo Sacchi che con il suo grande Milan cambia per sempre il modo di vedere il calcio stesso. La seconda è quella della legge Bossman, la legge che regola sostanzialmente i trasferimenti di calciatori svincolati e a fine contratto. La terza, quasi trattata con sufficienza e con distacco è la nascita effettiva di un movimento, quello Femminile.

Le donne, quelle che dovevano preoccuparsi del fuoco amico e casalingo, della casa stessa e la cui unica reale preoccupazione doveva essere quella di dare figli ai mariti, rompono il silenzio e gli schemi.

Anche loro sentono l’esigenza di rincorrere la sfera bianca, sentire il sapore della libertà che solo il calcio stesso regala. Sono gli anni della fondazione effettiva della Serie A e dell’attuale piramide calcistica femminile italiana. Le portavoci principali sono Milena Bertolini, Patrizia Panico, Rita Guarino…donne partite dalle cucine di casa, donne che hanno stretto i lacci e puntato i tacchetti e che con altre centinaia di donne hanno dato vita ad una nuova idea di calcio, a forti tinte rosa.

30 anni di chiaroscuro…la luce oggi è più vicina

I primi campionati a poche squadre, campi sparuti ed improbabili, 0 coperture televisive e spesso 0 tifosi. L’inizio che tanti si aspettavano nella nostra Penisola, quello che avrebbe potuto fermare tanti ma non “le donne coi tacchetti” che negli anni hanno ottenuto diverse conquiste. Tra lotte eterne, appellativi sempre troppo duri e poco consoni a coloro che bisogna ricordare prima che atlete restano donne.

Donne spesso costrette a tenere altri lavori, a coltivare la loro passione tra le mansioni più dure e spesso sottopagate e gli allenamenti serali, magari bagnate dalla pioggia che lavava la stanchezza fisica ma non quella mentale. Oggi dopo più di tre decenni le Bertolini, Panico e Guarino di ieri sono diventate le Girelli, Rosucci o Giacinti di oggi. Oggi “le ragazze coi tacchetti” non hanno più bisogno di nascondersi e di vivere male la loro passione, dalla prossima stagione le ragazze saranno quasi equiparate agli uomini, già quasi perchè come sempre in Italia va avanti la solita storia della serie A e della Serie B.

Eppure è ancora grazie a Milena Bertolini e le sue “Ragazze Mondiali” se questo movimento ha ottenuto la visibilità giusta e rincorsa da decenni, spinte e cullate però da un piacevole vento.

Il vento Iberico del cambiamento

Un vento caldo e piacevole, un vento amico e ristoratore, quello proveniente dalla terra di Sua Maestà la Regina Letizia Ortìz. La terra dove l’Oceano si incontra con i Pirenei è da sempre terra diversa, terra di opportunità che più di una nostra “ragazza coi tacchetti” ha colto in pieno. Pochi giudizi, tanta visibiltà, tutti sullo stesso piano. Sembra quasi follia se poi la confrontiamo con la nostra di Penisola, eppure a casa di Sua Maestà si vive tutto in maniera diversa, forse troppo.

Un divario quasi incolmabile, una terra dove la massima serie Femminile accoglie circa 25mila persone di media. Poi il caso emblematico, la guida, il faro. Il Barcellona che apre le porte della Cattedrale del calcio mondiale alle “chicas con tacos” per la semifinale della Women’s Champions League, mossa che potrebbe sembrare azzardata visto le 90.000 sedute circa. Eppure il popolo della Regina prende la bacchetta magica e si regala una nuova magia, 91.857 persone per una gara di calcio femminile, al Camp Nou, è delirio.

Per capire quanto sia abissale il distacco tra il nostro movimento e quello spagnolo restiamo ancora dalle parti dell’impianto dei “Culers”, restiamo alla sfida di semifinale di contro le tedesche del Wolsfburg.  Tra la folla ad attendere le ragazze di mister Jonatan Giraldez spunta un bambino, maglia blaugrana sulle spalle, Messi?Piquè?Pedri? Nessuno dei citati, la maglia è la numero 11 di Alexia Putellas capitano e pallone d’oro femminile.

Il viaggio è giunto al termine ma nella testa una domanda serpeggia, quanto siamo lontani da questo movimento? La risposta può essere una o più di una, ma resta l’idea alla base. In Spagna le ragazze coltivano la propria passione al pari dei ragazzi ma in squadre femminili sin da subito, in Italia il calcio non è ancora considerato uno sport per bambine. Oggi la montagna da scalare resta sempre più alta, aspra e piena di buche, magari però basta solo tagliare il filo con le polemiche e i pregiudizi, ricordarsi che prima di atlete anche loro sono donne, ragazze.

Ma soprattutto ricordarsi che sono donne accumunate da una passione, non manichini da giudicare solo per le loro curve o i loro gesti. Lasciamoci guidare da quel bambino, perchè poi il calcio resta dei bambini, un pò come una foto che forse per Alexia Putellas vale più di tante parole ed elogi.