Agassi: “Ho capito quanto detestassi il tennis da giovane”

“Ho deciso di impegnarmi a capire la mia vita. Non volevo scrivere un libro per celebrare una carriera, volevo capire chi ero e come ero diventato. E, quando ho cominciato a capire, mi sono reso conto di quanto detestassi il tennis da giovane”. Cosi’ Andre Agassi inizia a raccontare la sua esperienza, nell’intervista a ‘Che tempo che fa’ su Rai3. Unico tennista al mondo ad aver vinto i quattro tornei dello Slam, la medaglia d’oro del singolare olimpico, il Master World Championship e la Coppa Davis, Agassi analizza con Fabio Fazio su come vita e carriera si siano intrecciate.

Parlando di ‘Open’, il titolo della sua autobiografia, spiega: “I critici pensavano lo facessi per guadagnarci, non capendo che io avevo molto piu’ da perdere. Quando ho scritto il libro ho capito che tutti noi nuotiamo per attraversare l’oceano ma non tutti ce la fanno. Ho dovuto toccare il fondo prima di trovare la mia ispirazione. Non volevo piu’ giocare a tennis per mio padre, per il denaro, per gli allenatori. Mi sono dato il permesso di allontanarmi e in quel momento mi sono detto: adesso perche’ non sceglierlo per me? Ci deve essere una ragione per fare quello che fai, una motivazione. E per me e’ stata l’istruzione”. Agassi e’, infatti, fondatore della Andre Agassi Foundation for Education, fondazione scolastica che permette a 1300 ragazzi statunitensi di studiare.

“Abbiamo raccolto 175 milioni di dollari negli ultimi 20 anni e abbiamo 27 scuole in giro per il Paese e l’anno prossimo raddoppieremo il numero, e poi lo raddoppieremo ancora”. “La mia ispirazione – spiega – e’ stata questa, creare scuole per i bambini che non hanno il privilegio di avere un’istruzione. Essere privati dell’istruzione vuol dire essere privati delle possibilita’. Io non ho avuto un’istruzione perche’ mio padre non gli ha dato valore, e proprio per questo non avevo scelta. Dovevo solo essere bravo a tennis”. Il difficile rapporto con il padre, l’inventore del famoso “drago” spara-palline che costringeva il figlio ad allenamenti estenuanti per farlo diventare un campione, ha segnato il percorso di Agassi nella carriera e nella vita: “Mentre scrivevo il libro ho parlato con mio padre per coinvolgerlo, ma mi ha detto subito di non avere alcun interesse a darmi una mano e che potevo dire quello che volevo.

E’ stato un uomo molto intenso, forse molto piu’ simile a me di quanto mi rendessi conto. Mio padre non legge, quindi avrebbe ascoltato cio’ che gli altri interpretavano del libro. E quando, dopo la pubblicazione, sono iniziate ad uscire cose negative su di lui, l’ho chiamato per dirgli che mi dispiaceva che lo interpretassero cosi’ e per chiedergli di potergli leggere il libro personalmente e lui mi disse di non preoccuparmi e che a 80 anni non era confuso sulla sua identita’. E anche: ‘So cosa ho fatto e perche’, e lo rifarei allo stesso modo. Cambierei solo una cosa: non ti farei giocare a tennis. Ma a golf o baseball. Perche’ puoi giocare piu’ a lungo e fare piu’ soldi’”. Dopo aver rivisto le immagini della vittoria della finale di Wimbledon del 1982, il campione spiega che piu’ che una grande gioia, come tutti immaginano, si tratto’ di “un senso di sollievo. Sono cresciuto con la pressione di dover diventare il migliore al mondo e quando sono diventato professionista a 16 anni ho pensato solo: come faro’ a sopravvivere? Quando vinci, invece, devi dimostrarlo ancora una volta il giorno dopo”. Immancabile il riferimento alla moglie, la tennista Steffi Graf, e al suo rapporto con il tennis oggi: “Gli unici con cui riesco a giocare a tennis sono mia moglie e gli amici. Con gli amici facciamo delle sfide e gioco con la sinistra o con la racchetta di mia figlia. Quando gioco con mia moglie e’ per fare un po’ di esercizio fisico, ma per me lei e’ talmente brava che potrebbe tornare tra le prime cinque al mondo, domani. E’ veramente incredibile”.

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