“Questione stadi Campania”. Così la storia del Napoli giace sotto le macerie

Inserito da il 8 giugno, 2018 alle ore 4:10 pm

Chi dice che la storia la raccontano i libri e le fotografie racconta una mezza verità. Niente come i luoghi possono nascondere racconti ed emozioni come mai una carta stampata o una pellicola potrebbero fare.

I luoghi vengono, spesso e volentieri, sottovalutati, ricondotti ad un semplice sito che ospita temporaneamente un’era, un periodo della storia, di qualsiasi natura essa sia.

Gli impianti sportivi non sono da meno, specie se abbastanza longevi da poter accogliere e ospitare una lunga fetta della storia di un club. Non è, però, il caso del Napoli.

La società azzurra, infatti, fondata nel 1926, ha iniziato il suo corso utilizzando lo Stadio Militare dell’Arenaccia, rinominato l’Albricci. Gli albori dello stadio si sono visti nel 1923, anno della sua inaugurazione con una inconsueta corrida. Prende anche il nome di velodromo, essendo un impianto polifunzionale, perché nel corso degli anni ha ospitato vari sport. In primo luogo, proprio le partite casalinghe del Napoli Calcio, poi fu il velodromo che ha visto la vittoria di Fausto Coppi nel Giro di Campania. Dagli anni ’50 ospita il rugby, essendo attualmente utilizzato della Partenope Rugby Junior, tant’è che proprio nei giorni scorsi si è tenuto il Torneo Giovanile. In condizioni tutt’altro che esemplari. L’erba all’interno del rettangolo di gioco è quasi completamente sparita lasciando spazio al terriccio e alla sabbia.

Volendo essere ottimisti, però, escluso il San Paolo, è l’unico impianto con ancora qualcosa da raccontare. Lasciato l’Albricci il Napoli si è trasferito al fu Stadio Vesuvio, poi Ascarelli, poi Stadio Partenopeo. Un impianto, il primo in Italia, di proprietà voluto proprio dall’ex presidente degli azzurri, Giorgio Ascarelli a cui fu intitolato dopo la prematura morte. Durante il fascismo, però, fu ribattezzato Partenopeo a causa dell’etnia di Ascarelli, ebraica. Secondo le leggi razziali, infatti, gli ebrei non potevano partecipare alla vita pubblica, men che meno possedere beni immobili (e mobili), da qui, poi, le espropriazioni.

Durante il periodo fascista l’impianto fu utilizzato e anche restaurato, fino ai bombardamenti. Ccon la ricostruzione post bellica, si trasformò in una discarica di materiali di risulta. Le condizioni dello stadio peggiorarono, tanto da costringere poi le amministrazioni a optare per il totale abbattimento, seppellendo tra le macerie il primo trentennio di storia calcistica partenopea. Di quello stadio oggi non resta nulla, tranne un ricordo, blando rievocato dal nome del rione che lo ospitava, Ascarelli, regalato all’impianto attualmente destinato ai lavori di restauro per le Universiadi 2019, e che pochi anni fa ha ospitato le partite casalinghe del Campania Ponticelli.

Il terzo stadio che ha ospitato il Napoli è stato l’Arturo Collana, chiuso da diversi anni e in stato di completo degrado e abbandono. Nell’ultimo biennio è stato protagonista di una vera e propria lotta per l’attribuzione della proprietà tra il Comune e la Regione Campania. Indetto il bando per la presa in gestione, il centro sportivo, è attualmente affidato alla Giano S.R.L., che, però, non ha ancora le chiavi in mano. Intanto la condizione strutturale va pian piano al totale decadimento, tanto da perdere la possibilità di essere uno degli impianti che ospitano gli eventi sportivi delle Universiadi. Niente affiliazione, niente fondi, niente restauro. Da qui la  richiesta a gran voce di un tavolo tecnico da parte dell’Avvocato Riccardo Guarino, presidente del Napoli Femminile, squadra ospitata proprio dal Collana.

Nelle stesse condizioni, se non peggiori, versa il centro sportivo di Soccavo, il Paradiso. Il centro, utilizzato dal Napoli per gli allenamenti, è il testimone dei “giochi” di prestigio di Diego Armando Maradona, durante la sua permanenza in azzurro. Non solo, il centro è stato infatti anche la sede degli allenamenti della Nazionale Argentina durante i Mondiali d’Italia ’90. La sua fine è arrivata assieme al crac finanziario della prima SSC Napoli, quindi con il fallimento del 2004 per mano del duo Corbelli-Naldi. La nuova e attuale società ha prelevato il titolo sportivo, ma non il centro, preferendo spostarsi in quello di Castel Volturno, attuale sede del sodalizio di Aurelio De Laurentiis. Le condizioni del Paradiso sono davvero precarie. Dell’impianto resta solo lo scheletro, mentre del manto non resta nulla tranne che una proliferazione di erbe alte circa due metri. Oggetto di vandalismo, non ha realmente un proprietario, in quanto i vecchi presidenti lo hanno ceduto a delle banche. A testimoniare e ricordare il passaggio del Napoli solo un’insegna all’ingresso quasi del tutto divorata dalle erbe rampicanti.

Attualmente è il San Paolo a ospitare le partite casalinghe del Napoli. Fu costruito perché il Collana non riusciva a soddisfare le esigenze non solo del club, ma anche dei tifosi al seguito. Infatti resta impressa la partita contro la Juventus del lontano 20 aprile 1958, quando i tifosi erano accalcati a bordo campo. In condizioni ovviamente migliori, ma non di certo ottimali. Non a caso in diverse occasioni la società azzurra ha rischiato di dover designare un’alternativa per giocare le competizioni europee perché il San Paolo non rispondeva ai requisiti di idoneità richiesti dall’UEFA. Disputa ancora viva e bruciante tra il Comune e la società, in particolare Aurelio De Laurentiis, che spinge per ottenere la totale gestione dell’impianto, così da riuscire a organizzare e ottimizzarne la manutenzione ordinaria e straordinaria. Un braccio di ferro che dura da diversi anni e che ha visto anche la minaccia del patron azzurro di emigrare in un’altra città qualora riuscisse a trovare dove costruire uno stadio di proprietà. Infatti se il manto erboso pare sia il migliore in Italia, non si può dire lo stesso della struttura del San Paolo, ospitato da topi, erbacce e seggiolini rotti. A lamentarsi sono soprattutto i tifosi.

Cinque impianti di cui tre in condizioni disastrose ed uno completamente sparito dal territorio. Così la storia del Napoli giace sotto le macerie dell’incuria.

Cristina Mariano

Ph Credit La Repubblica

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